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Storia

 

In quel tratto di mare che scende giù da Capo Zafferano fino a lambire la Torre di Gallo si danno appuntamento tutti i pesci del basso Tirreno. Da sempre. E lo sapevano pure gli antichi Fenici che proprio al centro crearono una loro città: Solunto la chiamarono. Fu costruita in alto, sulle pendici di Monte Catalfano, per godere dello splendido panorama e pure per prudenziali motivi di difesa. Il loro antico approdo, una piccola insenatura riparata dai venti, è giunto fino a noi vezzeggiato con Porticello, che la dice lunga sull’amore della gente di mare. Da sempre è borgo marinaro, frazione del vicino comune di Santa Flavia, e condivide i piaceri dell’anima con Sant’Elia, Capo Zafferano, Capo Mongerbino e Aspra. Quelli più materiali del peccato capitale della gola sono onorati, com’è giusto che sia, in una antica chiesetta sconsacrata dove si pregava San Nicola. Era grazie a lui che si riempiva l’antica tonnara che si calava proprio dirimpetto. Dove galleggiano le Eolie come in un acquerello. Scomparsa la tonnara e l’antica religiosità ad essa legata, il locale servì per esaltare il pescato. Roba da poveri, naturalmente: alici, sarde, acciughe, alacce e sgombri che finirono in salamoia dando lavoro alle donne dei pescatori. Erano loro che, abilmente, mettevano in bell’ordine, sotto sale nei barilotti di legno, tutto quel ben di Dio che gli uomini pescavano con le sardare. Balistreri, battezzato Benito per compiacere a quell’altro che in conseguenza mandò “l’obolo di riconoscenza”, faceva il pescatore perché questo suo padre gli aveva insegnato. Poi diventò “riattèri” che nella nostra lingua è “colui che compra il pesce pescato da altri per rivenderlo nei mercati con suo vantaggio”. Poteva sfogarsi così dei lunghi silenzi sofferti in mare, di cui conosceva non solo i pesci, ma pure storie, aneddoti, curiosità, misteri che non esitava a raccontare davanti a un bicchiere di vino. E perché non raccontare queste storie davanti a un piatto di pesce cucinato come sapevano fare sua madre e sua moglie? Ora che il salato era di produzione industriale, il piccolo opificio della antica chiesetta dovette chiudere i battenti. Ma era pur sempre un posto di mare, un posto che odorava di pesce e così fu trovato pure il locale giusto per accogliere coloro che avevano voglia di assaggiare il buon pesce cucinato con le semplici, economiche, ricette di casa e nel contempo ascoltare storie. Come a noi siciliani è sempre piaciuto. Il pesce è sempre quello della “sua stagione”: sarde nei mesi freddi e fino a San Giuseppe, boghe di marzo, triglie d’aprile, tonno a maggio e giugno, ricciole e pesce spada di Ustica, e finalmente tutta la grazia di Dio dei mesi caldi per arrivare ai pesci autunnali: fanfaro e lampuga… In compagnia di tante fritture di quello che i ciancioli pescavano attorno allo scoglio della Formica che c’è di fronte casa. Ogni pesce a suo tempo come volle il Padreterno, ma cucinato senza salse coprenti per lasciare all’ospite il piacere di scoprirne le fragranze e il profumo di mare. E iniziare magari la conoscenza del pesce povero, quello dimenticato, ma tanto buono se presentato alla maniera della gente di mare. E’ giusto ricordare a chi non lo sapesse ancora che il tonno che si pescava da queste parti fu cantato addirittura dal grande Archestrato di Gela, trecento anni prima della nascita di Cristo. Assicurava quell’antico gourmet che il migliore era quello che si pescava davanti a Solunto e discretamente suggeriva di dare la preferenza alla carne delle femmine, più squisita e delicata: non per niente qui si continua a chiamarla “tunnìna”. Al femminile. Benito insegnò a molti cittadini la differenza di sapore tra un dentice e una spigola; tra la carne della cernia e quella di un sarago. Il resto servito in tavola era roba tutta che veniva dalle campagne che stavano attorno: roba fresca che si comprava ogni giorno al mercato. Una cucina senza fronzoli che non cedette mai alle lusinghe delle mode gastronomiche. Poi se ne andò a raccontare le sue storie al Padreterno e chissà che non cucini ancora dei piatti di pesce per San Pietro, pescatore e intenditore di cose di mare come lui. Oggi, a continuare la bella storia di famiglia, ci sono i figli: Francesco e Maurizio in cucina, Stefano e Marcello in sala a raccontare le storie che raccontava papà Benito. In cucina la filosofia della cucina del pesce non è cambiata di molto, forse la presentazione che si è allineata alla moda, ma in modo piacevole e spiritoso, per non disturbare gli altri sensi. Il piccolo ristorante, accurato e accogliente, è un sito dell’anima dove non si viene solo per mangiare: si entra per ascoltare nuove storie di mare, per assaggiare un nuovo piatto nato per caso o cercando nei cassetti della memoria. E poi quelle fritture croccanti che a casa non vengono mai così buone… O magari per bere una buona bottiglia con gli amici venuti in barca da lontano. E che preferiscono quell’approdo discreto alla confusione degli attracchi della grande città. Il menu è sempre interessante e ricco, la cantina con tante buone etichette regionali e nazionali. Si conclude sempre con tanti marsala, malvasie e moscati come sicilianità impone, anche se non mancano grappe e distillati. Seducente il carrello dei dolci rigorosamente prodotti in casa. Come quando era la festa della Madonna del Lume. E’ facile da trovare quell’antica chiesetta sconsacrata a Porticello: si chiama Faro Verde. Lasciatevi guidare dalla sua luce e sedurre dalle sue mille delizie. 

                                                              Gaetano Basile

 
 
 
 
Ristorante Al Faro Verde (Maurizio, Francesco e Marcello Balistreri chef) Largo San Nicolicchia Porticello Santa Flavia (Pa)
CHIUSO IL MARTEDI - telefono 091 957977 fax 091947342